Luciano Giustini ragionamenti a lettere..

Avanti, c’è posto

Per chi se lo ricorda, due mesi fa era partita la strada del Disegno di legge delega sull’immigrazione: il provvedimento, che di fatto azzera la cosiddetta Bossi-Fini del 2002, forse porterà la firma di Amato e Ferrero (si, il simpatico valdese che dice che la Chiesa deve stare zitta e non interferire pronunciandosi…), ma per il momento è ancora alla Conferenza Stato-Regioni.
Comunque, il ddl era stato bollato da Fini che aveva detto: “Faranno entrare tutti”.
Ma è davvero così? L’immigrazione in Italia come sta?
Beh, a guardare alcune cifre e rapporti non sembra stia messa male. Abbiamo quasi il minor numero di immigrati tra gli altri Paesi europei in termini assoluti (circa 3,8 milioni). Eppure basta ascoltare un telegiornale riportarci le tristi condizioni dei clandestini che arrivano stremati alle estreme isole di Lampedusa e Pantelleria, guardare le strade di una qualsiasi grande metropoli italiana (Roma, ad esempio) o medio centro del Nord (Brescia) e avere la sensazione di una microcriminalità dilagante, o guardare cosa accade ai semafori, sugli autobus, sulle consolari, leggere un giornale della free-press parlare solo di stupri e rapine compiute da immigrati per rendersi conto che la realtà è molto diversa da quel che raccontano le cifre.
Perché?
Il problema, infatti, non consiste nel numero di immigrati, ma nella composizione del mosaico dei flussi, e soprattutto nella gestione e nell’integrazione degli stranieri nel nostro territorio. Il flusso migratorio italiano è composto in parte da clandestini provenienti dai paesi poverissimi dell’Africa, da immigrati dell’Sud-Est europeo, da rifugiati politici o profughi. Di tutti questi, in massima parte da persone che non hanno trovato un lavoro (nè prima nè dopo l’entrata nel nostro Paese, ovviamente parlando di lavoro regolare). E, per tutte queste ed altre ragioni, da persone che spesso non riescono a ricongiungersi col nucleo famigliare originale, nè ad integrarsi nel tessuto lavorativo e sociale italiano.
Di fatto, sebbene in quantità non siano ingestibili ma tutt’altro, vi è nel territorio italiano una grande maggioranza di povera gente che tira a campare, secondo una prospettiva idealmente migliore della povertà che hanno lasciato, ma spesso rinchiusa in un circolo vizioso di lavoro in nero, o di sfruttamento, schiavismo, oppure di cultura-necessità del furto, spesso rinfocolata ad arte e che sfocia nella criminalità, e purtroppo molta, troppa prostituzione, il tutto con la complicità di mascalzoni italiani e di organizzazioni criminali camorristiche, mafiose di cui siamo purtroppo ben dotati.
In parte, vi è poi un’immigrazione di persone già denunciate o pregiudicate nel loro Paese d’origine, che proseguono un’attività criminale nel nostro territorio, e che danno diversi problemi sia agli immigrati normali che cercano un lavoro ed un riconoscimento sociale, sia allo Stato stesso che si trova davanti ad un’inventiva straordinaria che finisce per rinfocolare nuovi flussi di criminalità, di droga, prostituzione, e così via.
Il quadro normativo italiano peraltro non è di molto aiuto, anche se all’apparenza ha sviluppato una connotazione di accoglienza migliore di altri. Mentre in molti altri Paesi europei, infatti, Inghilterra in primis, gli immigrati che entrano illegalmente vengono mandati direttamente in carcere – dove ci rimangono – oppure espulsi immediatamente, in Italia esiste l’istituto dei CPT (Centri di Permanenza Temporanei). Ce ne sono a decine in Italia, non solo nel Sud, suddivisi tra CPTA (dove A sta per Assistita), CPA e i CID ovvero i Centri di Identificazione, strutture che dovrebbero servire appunto ad identificare e registrare chi entra, chi chiede asilo o permanenza nel nostro territorio e che entro 60 giorni (in teoria) dovrebbero provvedere a decidere chi rimane e chi no e smistare il flusso.
Ma spesso le cose vanno molto diversamente.
I CPT o i CID, infatti, riescono ad identificare solo una minima percentuale di immigrati. Talvolta, chi si è macchiato di reati viene tradotto direttamente dal CPT ad un carcere (il che poi non cambia granché) ma per legge, una volta in carcere, deve essere per forza identificato. Visto che i dati nel lasso di tempo non sono cambiati, agli immigrati cui dopo un periodo in carcere, magari anche lungo, non si sia riuscito a dare un nome e un cognome, viene notificato il decreto di espulsione: che è valido 5 giorni. Di queste persone, uscite dal carcere presumibilmente senza soldi nè alcuna volontà o possibilità di tornare al loro paese, ovviamente nessuna si “auto-espelle”, nè nei 5 giorni nè nei giorni successivi, entrando quindi nella clandestinità. A questo punto si trovano in un doppio rischio: di essere “protetti” dalla malavita più o meno locale oppure trovati dalle forze dell’ordine stesse, le quali sempre per legge, verificate le loro condizioni di clandestinità, non fanno altro che rimandarli in un CPT per 60gg, e si ricomincia il giro. Un giro che è quasi un girone, di dantesca memoria: la legge assicura gli strumenti ma di fatto la sua inapplicabilità in alcuni campi rende tutto ingestibile o comunque largamente inumano per gli immigrati e pericoloso per la società.
Che fare dunque?
Il problema non è di semplice soluzione. Se è indubbiamente vero che la legge Bossi-Fini va riformata e migliorata, è anche vero che consentire l’ingresso indiscriminato e regolato solo da “buone intenzioni” come è nell’orientamento sostanziale di questo ddl, è un grosso errore se non si sa poi gestirlo questo ingresso. Ma se è vero questo, è anche vero che chi preme alla frontiera del Sud dell’Italia, via mare, spesso non ha o non porta documenti con sè nè ha elementi di riconoscibilità utili o confrontabili con dati del Paese d’origine, proprio per poter sperare di rimanere il più a lungo possibile nel “Bel Paese”, in ultima analisi di avere una speranza di vita che da dove proviene è estremamente inferiore. Il sostanziale fallimento dei CID e delle altre strutture di permanenza ed identificazione è insomma uno dei nodi del problema.
Dunque capito che ricacciare tutti indietro cercando di capire chi è “buono” e chi è “cattivo” è impossibile, e che altrettanto fare entrare tutti è sconsigliabile, rimane a mio avviso unica strada percorribile quella di gestire gli immigrati dopo che sono entrati nel nostro territorio, utilizzando una gestione attiva, ovvero integrandoli nelle leggi e nelle regole civili e morali del nostro paese. Tutta la recente storia dell’immigrazione ha, infatti mostrato che la ghettizzazione degli immigrati porta solo cattivi frutti. In effetti non ha neanche senso: quando ci si sposta in un nuovo paese con usi e costumi propri, si tende naturalmente a ricreare l’insieme di regole cui siamo abituati dal paese di origine, ma allora questa naturale tendenza, se non gestita con correttivi legali e sociali, porta poi a creare un’enclave refrattaria ad ogni commistione esterna e dotata quasi di proprie regole (un ghetto, appunto), e questo contrasta con l’idea stessa di integrazione. Di fatto, quindi, lo sforzo dell’amministrazione illuminata non dovrebbe essere tanto quello repressivo, quanto comprensivo e integrativo: ogni immigrato non dovrebbe essere lasciato “solo” ma controllato e invitato attivamente a rispettare tutte le leggi italiane nessuna esclusa – e qui apro una parentesi – comprese ovviamente quelle di tipo religioso: è fuori di dubbio, mi sembra superfluo anche solo doverlo sottolineare, che se nell’aula di un tribunale vi è un crocifisso simbolo della nostra storia religiosa, nessuno si possa sentire in diritto di richiederne la rimozione, così come nessun italiano in territorio arabo si sognerebbe mai di richiedere il silenziamento di un muezzin che urla a squarciagola all’alba.
Dunque rispetto e civiltà sono alla base di qualsiasi integrazione, e uno dei problemi principali da affrontare è proprio quella commistione tra malavita organizzata italiana e questa massa di sbandati che sono già in Italia senza un lavoro, “trasparenti” allo Stato e dunque facili prede di qualsiasi mascalzone di ogni nazionalità, compresa spesso la stessa degli immigrati, che gli consente di vivere e di non dover essere cacciati dall’Italia. A tutti questi serve urgentemente una politica di controllo e di inserimento, anche sussistente o assistenziale ma non passivo.