Il difficile dialogo tra fede, ragione, e sentimento | Luciano Giustini

Il difficile dialogo tra fede, ragione, e sentimento


 
Quella feroce ricerca di senso...

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(vignetta di Pinguiniobesi)

Tempo fa, durante alcuni discorsi sulle cose cristiane, un padre Gesuita mi disse: "La teologia ha talvolta fatto più danni che altro."

Probabilmente, alla luce di quanto avviene ai giorni nostri, non aveva tutti i torti. Viviamo immersi in una crescente scissione tra pensiero razionale e fede, e tra fede e sentimento: la pervasività della comunicazione non ha fatto che moltiplicare questo divario. Non è colpa della teologia in sé, né ovviamente della comunicazione, eppure l'uomo contemporaneo che "vive nella società" si ritrova sempre più inadeguato a cogliere sia gli aspetti emozionali sia razionali della fede cristiana. Anzi, si dimostra ostile ad essa.


Scrive Susanna Tamaro sul Giornale del 3 maggio scorso ("Quella feroce crociata laica contro i credenti"):

Il mondo sembra diviso esattamente in due. Da una parte appunto i laici, difensori del progresso e della civiltà, e dall'altra i credenti, oscurantisti, alfieri del regresso, sessuofobici e nemici della libertà dell'uomo. E naturalmente io, in quanto credente, agli occhi di tutte le persone che mi incontrano, rientro nella seconda categoria. Non sono preparata a trovarmi sul banco dei retrogradi, degli ottusi e quindi a dover rispondere a domande di imbarazzante limitatezza. Come tutte le persone solitarie, sono abituata a fare delle riflessioni piuttosto profonde e articolate sulle cose e davanti alla marea di questi pregiudizi e luoghi comuni mi sento completamente spiazzata. (...)

La maggior parte dei miei amici non è credente, eppure non ho mai sentito la necessità di criticarli, di cambiare la loro visione del mondo o, tanto più, di giudicarli. La diversità di idee mi è sempre sembrata una delle ricchezze della vita e non un nemico da combattere. Mi colpisce molto, dunque, lo spirito di feroce crociata che pervade l'universo dei laici. Perché tanto livore, tanto impiego di energia, tanta intolleranza verso persone che hanno una diversa visione del mondo? Perché tanto impellente è il bisogno di convincere le persone credenti che hanno imboccato una via sbagliata? Forse perché da noi si leva una voce in difesa della vita e contro altre barbarie che, astutamente e subdolamente, si vogliono far passare come progressi per la libertà dell'uomo?

Non c'è forse dietro questa crociata delle certezze - perché queste persone, beate loro, vivono confortate da straordinarie certezze - la volontà di rimuovere la parte più profonda dell'uomo, la più oscura, quella che lo lega al mistero del male e alla finitezza e che ne fa una creatura perennemente alla ricerca di senso?


Non si tratta di convincere le persone che "credere è bello", né ovviamente che "credere non è da imbecilli". A mio avviso, il problema è nell'affrontare la questione scindendo l'aspetto logico da quello emotivo. La teologia, di per sé fondamentale per comprendere correttamente le dinamiche religiose, sistematizza l'impianto razionale della fede rischiando però di creare un pericoloso differenziale con la relazione sentimentale che c'è con Cristo, la stessa trascuratezza che si rischia - non a caso - nell'analisi della tensione ragione-sentimento insita nell'uomo.

Questa spesso si tende a sottovalutare, soprattutto oggi che relazioni del mondo reale sono competitive, veloci, e che sono spesso compensate da relazioni virtuali che si rivelano talvolta più sincere che non quelle con i colleghi d'ufficio o i vicini di casa. Questo è un "peccato originale" del pensiero logico contemporaneo, che coinvolge aspetti che hanno un riflesso talmente concreto nella vita di ognuno di noi, che se non vengono risolti prima, riemergono prepotentemente dopo, rischiando di non essere compresi o saputi gestire, e questo indipendentemente dalla fede.

Non solo. La scienza ha fatto passi da gigante nell'esaminare queste differenze e queste tensioni tra ragione e sentimento, anche neurologicamente. Analizzandole, è passata inevitabilmente ad analizzare il rapporto con la fede in tutti i suoi aspetti. Per assaporare la vita nella sua completezza, la coscienza moderna non si accontenta più - e giustamente - di accettare "passivamente", ancorché correttamente, la razionalizzazione che la teologia ha assicurato per secoli alla fede cristiana, e né altresì può essere accettabile lasciarla relegata ad un livello solo intimistico e personale, senza ripercussioni sulla nostra azione sociale.

Per cifrare questo percorso conoscitivo userei due parole che sono due nodi diversi del modo in cui viviamo: esperienza e dialogo.

Quanti possono dire di aver fatto un'esperienza di tipo spirituale nella propria vita? E chi, contemporaneamente, amerebbe sostenere un dialogo con persone che la pensano in modo completamente differente senza uscirne scoraggiato o magari contrariato?

"In dialogo cordiale con ogni sapere"

76) La dottrina sociale della Chiesa si giova di tutti i contributi conoscitivi, da qualunque sapere provengano, e possiede un'importante dimensione interdisciplinare: «Per incarnare meglio in contesti sociali, economici e politici diversi e continuamente cangianti l'unica verità sull'uomo, tale dottrina entra in dialogo con le varie discipline che si occupano dell'uomo, ne integra in sé gli apporti».108

Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.
Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus

Esperienza di fede e dialogo interculturale sono solo due aspetti di un moto di conoscenza che spesso pretendiamo di ignorare. La rete non fa che amplificare questi aspetti: fare un'esperienza spirituale in rete è difficile, ma questo non vuol dire che la fede non vi sia presente, anzi. Parimenti, nel mezzo telematico che è primariamente un mezzo di scrittura, c'è un intenso e continuo dialogo di interazione, ma la sua emozione è vincolata ai limiti della fruizione del mezzo. Questo non vuol dire che il confronto non vi sia, anzi.

In nessuno dei due casi, esperienza e dialogo sono vissuti nella loro multidimensionalità. Tutto è filtrato e schiacciato da un sottofondo che ci impedisce di assaporare la ricchezza delle relazioni, comprese quelle tra noi e il trascendente. Lo stesso sottofondo razionale fa da scudo al dilagare delle emozioni a briglia sciolta. Ci riconduce all'approfondimento intellettuale/logico, come modo privilegiato per dialogare.

In fondo la libertà di pensiero sembra apparente o comunque limitata. Da una parte, l'emozione è imbrigliata per i limiti del mezzo, e perché quelle più profonde sono considerate "inopportune" da pubblicare sullo stesso, contemporaneamente il ragionamento è costretto a stare dentro i binari di un razionalismo logico che cerca di evitare l'apertura verticale, verso l'alto e verso lo spirituale, ma rimane nell'approfondimento orizzontale: tra persona e persona, tra idea e idea o, se va male, tra ideologia ed ideologia.


L'importanza di sperimentare il dialogo con Dio, il "sentimento" di Dio, viene relegata a secondaria.


Da una parte c'è l'impianto teologico di cui capirne i meccanismi, ma che non è sufficiente, dall'altra dovremmo di fatto esercitare una assunzione passiva della verità di fede, senza sperimentarla. Nel mezzo, la nostra "sete" di verità e di senso.
Ma nel mondo di oggi quando qualcosa non ci torna, dobbiamo capirne di più. Ci corre in aiuto la risposta pronta, una sorta di FAQ come può essere il compendio del Catechismo cattolico: ma questo può non bastare più.


Non è solo una questione verbale: non è spiegando ad una persona un concetto, che la persona lo accetta e lo vive come fede. Bisogna forse coniugare quell'aspetto intellettuale/logico con il nodo sentimentale dell'uomo e con il suo rapporto con Cristo persona, che a quel punto si favorisce la vera esperienza di dialogo.

Ed è qui che si confrontano le diverse visioni all'interno della Chiesa. C'è chi ritiene questo passaggio inutile e sostiene che basta capire bene di cosa stiamo parlando, per avere la "giusta" fede. Se non la si prova "sentimentalmente", tanto peggio: l'importanza di averla capita travalica ogni altra considerazione. L'essenziale è accettare il rito, la tradizione, i dogmi. Ma c'è una visione ancora più rigida e consiste nel ritenere ancora più importante non metterli mai in discussione.


Questo non mi trova d'accordo. Non è tanto importante non mettere in discussione i dogmi di fede, quanto capire il perché. Arrivare noi stessi a chiederci il senso ed il significato della teologia cristiana è un passaggio a mio avviso propedeutico e quasi necessario per cogliere le motivazioni profonde del senso della fede, per apprezzarne a pieno la sua forza e per trasmetterlo correttamente. Poiché abbiamo fin qui visto i limiti del razionalismo, solo con l'esperienza della relazione verticale con Dio e del dialogo sincero e completo tra noi stessi e gli altri che si può immaginare di invertire la tendenza al materialismo ed al vuoto etico che sta incidendo nella civiltà umana più di ogni altro cambiamento, incluso quello climatico.


Abbiamo perso la capacità di fare comunità e parlo anche di quelle virtuali, che sembrano promettenti soltanto finché non ci si imbatte proprio in questi temi spinosi (religione, filosofia, umanesimo), di fronte ai quali tutto si appiattisce nel sottofondo di una tecnologia dove il dialogo è subordinato ad un permesso di accedere ad un profilo su Facebook, o ad un commento su Friendfeed, o magari ai 160 caratteri di Twitter.


A livello di difficoltà di impostare un sereno dialogo in rete, nessuno può dirsi estraneo, neanche chi è credente.


Se da una parte ci troviamo di fronte ad un "Ma ancora credi a queste cose?", dall'altra abbiamo gli ultratradizionalisti del "Guai a voi che non capite niente!". Assistiamo impotenti ad un'estremizzazione delle posizioni che denuncia chiaramente la mancanza di dialogo ed i danni sempre maggiori della cultura di odio o di scherno dell'opposto pensatore, da qualsiasi parte essa venga.


Giorni fa mi sono trovato a commentare un post (su wXre) in cui si criticava sarcasticamente un editoriale di un padre Gesuita che apriva un confronto sull'opportunità del sacerdozio per i preti. Alcuni commenti erano del tenore: "Scomunichiamolo! Ma ancora non l'hanno scomunicato? Ma che fa il Papa?"


Come cristiani siamo chiamati a credere all'indefettibilità della Chiesa, non all'infallibilità. L'indefettibilità significa che nonostante le povertà di cui essa è composta e dei limiti delle persone che la compongono, permane e prevale lo Spirito di Cristo nel suo percorso lungo la storia. Pertanto un vescovo potrebbe dire una cosa fallibile, potrebbe sbagliarsi, perfino nell'esigere un'obbedienza, ma se dopo aver esposto le istanze personali contrarie alla richiesta fatta sono ancora chiamato ad obbedire, sicuramente questa è la via maestra che mi garantisce di restare nella volontà di Dio. E se tale obbedienza (basti non sia contro la retta coscienza) fosse errata, Dio con la sua grazia mi salvaguarda.


In tutto ciò, alcuni usano lo strumento del dialogo, altri usano "l'arma" del dialogo. Anche con le parole, infatti si può colpire usando termini simili.

La situazione attuale non è peggiore di altre epoche, con la pluralità di mezzi di comunicazione e di dati in cui viviamo immersi, ma la situazione è per altri versi molto sconfortante per quanto riguarda il dialogo. Non molti ordini moderni sono maestri in questo, e mi sembra che i Gesuiti e pochi altri siano rimasti gli unici dediti ad una disciplina da cui traggono sostegno logico e morale per affrontare le sfide dell'uomo contemporaneo con gli strumenti intellettuali - e dove molto spesso vincono il confronto.

Invece, capacità e strumenti di dialogo sembrano mancare del tutto nei consessi clericali tradizionalisti in cui spesso si incorre nella vita reale come su quella virtuale. Questo è assai meno naturale che trovare le stesse mancanze anche nei gruppi anticlericali che sempre più si dedicano all'attacco della "ortodossia" cattolica. Al pari dei primi, ogni apertura al dialogo è marcata come eretica.

Al di là dello spiegare cosa è giusto e cosa è sbagliato, però, sembra non interessare a nessuno fare una vera esperienza di fede, che non vuol dire fare solo un "viaggio" spirituale o  materiale, ma farlo soprattutto dentro noi stessi.

Ed è l'importanza del dialogo, dentro e fuori di noi, un concetto che non dovrebbe mai abbandonare le menti più illuminate: eppure alcune personalità anche note del giornalismo e del mondo cattolico si affrettano talvolta a dire "io con quello non ci parlo perché non la pensa come me", ed addirittura a fregiarsi di tale errore talvolta drammatico. Il noto giornalista cattolico Camillo Langone, dalle colonne del Foglio, tempo fa, si divertiva a riferire dei suoi contatti di Facebook cancellati senza pietà solo perché qualcuno si iscriveva ad un gruppo ironico sul Vaticano.

La mancanza di dialogo è subdola: porta l'uomo intellettualmente dotato a credere di essere nel giusto ad attaccare violentemente chi non la pensa come lui, nel nostro caso come i "veri cristiani". Dimenticando con troppa facilità che i veri cristiani sono proprio quelli che dialogano: Cristo è l'esempio al quale il cristiano si rifà, quel Cristo che parlava con tutti, convincendo o lasciando che le sue parole portassero frutto a tempo debito.

Potremmo dire che l'importanza del dialogo trae origine da tre elementi: il dialogo tra noi stessi, il dialogo tra noi e gli altri (soprattutto con quelli che non la pensano come noi), e perché tutto ciò è propedeutico al vero dialogo, quello tra noi e Dio. Perché Dio all'inizio è molto probabile che non la pensa come noi, o per meglio esprimersi, noi non la pensiamo come lui. E' nel dialogo con lui, come con l'altro, che arriviamo a comprendere ed a comprenderci..

La difficoltà del dialogo

Detto tutto ciò, chiunque si producesse in questo compito riscontrerebbe subito un grave problema di fondo: il dialogo, infatti, è oggi profondamente difficile con tutta una serie di persone alle quali (con o senza colpa propria) la cultura odierna ha trasmesso l'odio (perché di questo si tratta) verso la Chiesa, i preti e tutto l'apparato ecclesiastico in genere. Non solo, e non tanto, come un tempo si riteneva per vari motivi legati al potere ed agli aspetti sociali e storici della religione: la maggioranza delle persone, specialmente le generazioni che arrivano alla soglia dei 40 anni, ritiene oggi la Chiesa un arcaico apparato "resistente" destinato a scomparire.

La convinzione più diffusamente ascoltata, anzi, è che la fede come la viviamo oggi sia un costrutto anacronistico ereditato dal passato e legato in particolare alle strutture ecclesiastiche che ne perpetuano la credenza da millenni.

Scrive Giandomenico Mucci S.J. nel quaderno 3812 di "Civiltà cattolica" (nell'articolo "Il libro dell'Imitazione di Cristo"):

L'ambiente socioculturale incide notevolmente sull'educazione religiosa. Ora, il nostro ambiente di inizio secolo resta segnato ancora dai processi convergenti che si sono venuti affermando negli ultimi secoli in Occidente. L'individualismo cerca di neutralizzare le comunità di appartenenza. La massificazione impone comportamenti e modi di vita standardizzati. La desacralizzazione lavora a imporre i presunti vantaggi di un'interpretazione soltanto scientifica del mondo. Dalla teoria della ragione strumentale si è passati alla fiducia totale nell'efficienza della tecnica. Nonostante le crisi e i reflussi, l'uomo si sente sostituto di Dio e, in larghi strati, non ne avverte più la presenza.

In una recente intervista da Fabio Fazio alla seguita trasmissione "Che tempo che fa", il premio Nobel Rita Levi Montalcini ha spiegato al pubblico che questo "retaggio" fideistico dell'uomo è legato alla parte limbica del sistema nervoso, quella meno razionale e logica. Con il progredire della scienza e dello sviluppo delle facoltà razionali, ovverossia dell'uso della parte neocorticale del cervello, essa scomparirà naturalmente.

Un'asserzione legata non più ad un'ideologia, ma ad un preciso costrutto scientifico. Che lascia poco spazio al dialogo.

In realtà il premio Nobel per la Medicina non ha detto una cosa nuova: David Goleman in "Intelligenza emotiva" spiega bene la differenza tra la parte più emotiva (il sistema limbico citato dalla centenaria ricercatrice) contraddistinto dall'azione dell'amigdala, e la parte più razionale, contraddistinta dall'azione dei lobi prefrontali (il sistema neocorticale). Di fatto, però, le due parti si relazionano e dialogano continuamente, nonostante la senatrice a vita auspichi che dalla parte limbica (quelli che lei chiama i circuiti "arcaici") in futuro non riceviamo più impulsi che evidentemente considera indigesti: quelli sentimentali, e più in particolare fideistici.

Di fronte ad una tale espressione di critica, la Chiesa cattolica rischia di resistere nella cultura e nella politica sempre più in "difesa", messa alle corde dalle leggi degli Stati e dalla cultura scientifica dominante, fino a rimanere confinata agli ambienti ultraconservatori e tradizionalisti più retrogradi, mentre la fede cristiana sarà sempre più libera di essere interpretata ed applicata come ognuno la ritiene più giusta... Con quali conseguenze è facile immaginare: la fede "fai-da-te" è infatti il peggior prodotto di questo ambiente ostile.

Questo, di fatto, indipendentemente da cosa la Chiesa stessa farà o dirà. Tendenza che è chiara già oggi anche al distratto osservatore: qualsiasi cosa dica Benedetto XVI, che segue ovviamente la dottrina cristiana della Chiesa, viene attaccato.

In conclusione

Il dialogo è in realtà possibile, ma solo a patto di saper usare bene tutti gli strumenti intellettuali e la duttilità necessaria per confrontarsi con le culture dominanti, e solo se si riesce a far sperimentare che la fede non può abdicare dai suoi livelli fondamentali di testa e di cuore. Chiunque voglia relegare il lato emozionale della fede ad una struttura arcaica destinata a scomparire, fa il gioco dello scientismo moderno.

Altresì, è necessaria l'onestà intellettuale e l'umiltà di comprendere appieno l'infinita magnificenza della natura umana e del mondo che ci circonda. Se qualcuno si chiede se l'intelligenza della natura sia un caso, è pronto a darsi una risposta di fede. Essa però non può più essere limitata ad un aspetto solo intellettuale o teologico.

Il problema non riguarda più o non solo il rapporto razionale con la nostra parte spirituale, ma anche quello sentimentale, perché è in questo dialogo che si scopre, secondo la mia esperienza, il movimento verticale verso Dio, e la contemplazione del suo amore. Alla fine, è solo con occhi nuovi che si osserverà tutto ciò che di bello vi è nel mondo, e nel profondo del cuore non ci si domanderà più se esiste un Dio, ma lo si ringrazierà.


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2 Comments

Bravo Luciano, condivido tutto, in particolare dove metti in evidenza il nesso che, nella vera Fede, esiste fra sentimento e ragione.
Due considerazioni a supporto.
In primo luogo spesso si dimentica che la Fede, prima che adesione ad una dottrina, è incontro con una Persona.
E poi non posso mai dimenticare una frase che sento riferita a vari teologi (Van Balthasar, Ranher, lo stesso Ratzinger) e che mi piace moltissimo: "il cristiano del XXI secolo o sarà mistico o non sarà".
Un abbraccio

Grazie Giuseppe del commento.
Hai colto esattamente nel segno: oramai l'uomo moderno non può più basarsi sull'aspetto razionale dato che è proprio esso la base (minata) su cui siamo costretti a vivere, e su cui sempre più facciamo affidamento, dimenticando che la parte sentimentale di noi non è un intralcio ma anzi è il compendio, l'altra metà di cui abbiamo bisogno sia nel rapporto con l'altro, la Persona, sia con Dio.

La conclusione della discussione poi di fatto poneva una domanda, che però ho volutamente lasciato aperta, e cioè quanto di questa scissione e queste difficoltà oggi riscontrabili sono solamente frutto del difficile discernimento dell'uomo - ovvero della società, e quanto è in qualche modo responsabilità di una chiesa che trova sempre più difficoltà a comunicare ed a farsi capire, soprattutto a far comprendere la "ragione e il sentimento" del Vangelo..

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Laureato in Ingegneria informatica e in Scienze dell'Informazione e Comunicazione (LM-19), mi occupo di processi digitali sui social media. Insegno in percorsi di approfondimento in Comunicazione e nuovi media all'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e all'Università di Tor Vergata. Ho fondato la rivista telematica Beta e l'agenzia di notizie IT News, sono stato technology visionary in TEDxViadellaConciliazione, e faccio consulenza con LG Studio.
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