Luciano Giustini

Papa Francesco e i suoi binari comunicativi tra innovazione ed equilibrio

 

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Di fronte alle continue critiche rivolte da alcuni miei amici "cattolici" (o gattolici come si evince da una peculiare ironia sulla rete che parte dal termine in inglese catholics e l'amore per i gatti), che mi spingono a riflettere spesso sul senso del livore di una parte del mondo cattolico contro Papa Francesco, mi sono deciso a scrivere queste mie considerazioni: un mix di valutazioni di comunicazione ed un po' di esperienza di fede, perché ritengo che quel mondo cattolico, semplicemente, questo Papa non lo sta capendo (secondo me perché non lo vuole capire, ma voglio essere buono).

Il Papa segue due binari comunicativi e agisce su due livelli.

Il primo binario comunicativo su cui Bergoglio opera è quello aperturista, quello delle omelie di Santa Marta, dei discorsi a braccio (ad es. sull'aereo o nei luoghi o contesti non istituzionali), e alcune frasi che sembrano "lasciate a metà" o poco chiare. Non sono poco chiare: sono chiarissime per chi le sa intendere. Questo canale comunicativo è per chi sa capire cosa c'è dietro il "non detto", dietro le righe. Bergoglio usa questo binario per far capire a chi deve capire, ovvero ad una certa parte del popolo cattolico, la direzione che vuole intraprendere nel governo della chiesa e nei cambiamenti che vuole apportare alla dottrina.
Perché, come è stato obiettato, non dice le cose chiaramente? Perché non dice che "giudicare tutti i gay malati è un'idiozia", perché non dice che "Medjugorje può diventare superstizione", perché non dice che "pensare che tutti i divorziati debbano andare all'inferno è da fanatici", per non parlare del negargli l'eucaristia - anche se magari hanno subìto il divorzio..?

E' ovvio: perché succederebbe un cataclisma dentro la chiesa e in una parte del popolo cattolico, in quella parte legata al vecchio schematismo dogmatico ed intransigente, o dove c'è sostanzialmente un muro di sbarramento. Già così lo accusano di essere un "comunista" o addirittura (cfr. Socci) di "non essere il Papa eletto" o di essere l'Anticristo (...). E tacciamo dei relativismi, degli irenismi, dei sincretismi. Le accuse dei pseudo-teologi e vaticanisti assortiti fioccano: non mi prendo neanche la briga di linkarle, perché a me danno anche un certo fastidio. Se a qualcuno interessa, basta leggere Magister, Dagospia, il Foglio (ad exemplum), il Giornale, Libero, Tempi, quotidiani o riviste di destra, o i siti tradizionalisti, alcuni dei quali da tempo stanno combattendo una battaglia personale contro il pontefice argentino. Sui social network uff..,  è pieno di gruppi e di pagine, e ad insistere poi bisognerebbe dar ragione al semiologo Eco.

Torniamo quindi a noi.

Bergoglio, saggiamente, adotta la strategia che potrei dire della decantazione semantica, cioè lancia un messaggio forte (sapendo perfettamente di farlo, non è che gli capita così a caso) e poi lo lascia decantare senza aggiungere altro, in modo che si sviluppi una discussione ed un confronto. Lui sa cosa vuole dire, e lo sa benissimo anche chi lo ascolta ed è sintonizzato sulla sua stessa lunghezza d'onda. Per gli altri invece c'è l'altro binario.

Il secondo binario è quello della rassicurazione, o confermatorio, in genere alternato con il precedente. Ovvero se può dire che gli omosessuali, in quanto tali, non possono essere giudicati (e quindi mettere in discussione secoli di condanne e di ipocrisia, tra l'altro proprio in un ambiente a forte componente omosessuale - palese o latente), d'altra parte utilizza il canale comunicativo ufficiale per ridisegnare i confini della sua apertura e rassicurare, da una parte, il popolo cattolico che il Papa "dice le stesse cose", e dall'altra gli stessi pastori che non c'è un pazzo scatenato alla guida della chiesa universale.

I due livelli su cui agisce invece sono dedicati verso l'interno. Il primo livello è un invito ai teologi ed è una chiamata chiara e stringente ad un ripensamento della dottrina su alcuni punti chiave. Qui si svolge una battaglia senza pari e - si sa da fonti certe - molti vorrebbero un altro Papa o magari una restaurazione di un pontefice conservatore che riporti le cose esattamente com'erano. Senza capire che tutto il mondo è cambiato e che, così facendo, la Chiesa sarebbe destinata non ad essere contrastata ma abbandonata - perché in realtà è contrastata proprio per le posizioni di Papa Francesco. A tal proposito si vedano le reazioni all'enciclica sul clima dall'America più reazionaria, oppure quella dei politici di destra sulle aperture alle politiche migratorie e le sacrosante tirate di collo verso chi richiama  sconsideratamente risposte violente contro chi sfugge alla fame o alle guerre..

Bergoglio invece crede nell'evoluzione intelligente ed adulta del mondo cattolico,senza sconquassarne le fondamenta, ma accogliendo le diversità e le novità che riguardano la persona, e preservando uno sguardo chiaro e limpido sulla società, anche quella telematica (In Laudato sì, parla anche dei social). Insomma, lo "sporcarsi le mani" del buon cristiano, che è l'indicazione del suo papato rivolta spesso a preti e laici, non è il vivere in un idealismo della dottrina cattolica con regole e obiettivi hegeliani irraggiungibili, ma sul terreno della realtà, della misericordia e del rapporto sociale tra fratelli che è la vera cifra del messaggio evangelico. E' una svolta importante rispetto alla triade "Giudizio-Colpa-Peccato" che appassiona molti predicatori contemporanei, ma la religione come sappiamo diventa pericolosa quando è staccata dalla dimensione e dall'esperienza spirituale.

Molta gente, i cattolici in primis, lo ama e lo accetta proprio per questa sua caratteristica, per il suo essere misericordioso e insieme pastore, per il suo amore chiaro e diretto verso la persona e il suo non voler essere appariscente e mediatizzato ─ la mediatizzazione è successiva, è operata dai media, non da lui che è l'esatto opposto.

In questa sfida a vari livelli, il guanto è lanciato principalmente verso i tradizionalisti e gli integralisti, che infatti ricambiano la loro simpatia verso questo Papa parlandone male (spesso in modo velato o sarcastico) su molti  siti web o blog nella loro cerchia di sedicenti esperti. Il problema è che spesso si scambia l'essenza del messaggio con il particolare modo di viverlo, cercando errori nell'operato o nelle modalità di Bergoglio come se fosse naturale "guardare il dito invece della luna". In particolare, poi, si condanna tutto quello che secondo alcuni non concorda con le idee più tradizionali della Chiesa, come se fosse un monolite impossibilitato ad evolversi ed aprire lo sguardo sulle molte realtà diversificate dell'umano. Anche qui, esempi ce ne sono molti, e un buon punto di partenza possono essere le fonti del teologo Massimo Faggioli che dal suo profilo Facebook e Twitter spesso aiuta a capire con una rassegna stampa di respiro internazionale, prese di posizione e discussioni anche aspre nella chiesa universale.

Il secondo livello è la riforma interna che non fa più piacere della sfida teologica: tutti, chi più chi meno si erano adagiati nel difendere i privilegi che nei decenni si erano accumulati per gli alti prelati o per chi faceva operazioni di "finanza allegra". Bergoglio da questo punto di vista, nei limiti della sua comprensione di tali manovre e cercando di capire anche come funziona la Curia romana, vero ostacolo ad una decisa riforma in tal senso, cerca di mettere ordine e di far capire che "il vento è cambiato" anche qui.

Si è visto ad esempio sul caso dei preti pedofili o quelli indagati per corruzione sia su suolo vaticano sia fuori, e le ultime novità che indicano una chiara direzione.

Insomma, un'azione coordinata e a tutto tondo, estremamente faticosa ma per la quale qualsiasi cattolico è chiamato a dare pieno supporto, e non a criticare senza capire.

Ma è sicuro anche che non andrà tutto bene: Papa Francesco sta incontrando enormi difficoltà proprio come tutte le persone che vogliono cambiare qualcosa. Anche se lui sa che i suoi "nemici" sono interni, è dagli "amici" che si dovrà guardare, cioè proprio da quei cattolici che apparentemente lo seguono ma - come ha recentemente detto una mia amica ferventissima cattolica - solo "fino a che non dice eresie". Io gli ho risposto: "E chi dovrebbe dimostrarlo, scusa?" E' stata zitta..

Seguire la regola abdicando dalla dimensione spirituale - e di fratellanza universale - non è fede cristiana, è stare dentro uno schema rassicurante. Eppure lo spirito evangelico ed i sentimenti con cui affrontare le cose nella dimensione di fede sono state tramandate da qualcuno vissuto molto prima di noi. Non è per niente facile, ma Bergoglio sa, per primo, che molti sono convinti che il "buon cristiano" sia quello che va a messa e prega, mentre giudica il fratello e lo condanna, o critica il Papa magari con un forbito trattato teologico pubblicato a puntate su Internet. Una parte del mondo cattolico è così, ed è a questi che Francesco non può dire chiaramente "state sbagliando tutto". Spera e si adopera perché ci arrivino da soli, piano piano, capendo che qualsiasi regola o schema, fanatismo o dottrina sono secondarie rispetto alla persona ed alla sua sfera umana e spirituale. E lo fa con l'unico vero strumento del cristiano: la testimonianza.

E anche per questo, come dice il buon Enzo Bianchi, (ospitato dall'ottimo blog di Christian Albini), Francesco ha bisogno di molto sostegno.


Ma a me 'Siam pronti alla vita' è piaciuto

 

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Il primo maggio si è inaugurato, tra ritardi e difficoltà ma comunque in tempo, l'Expo di Milano. Presente il premierissimo Renzi che ha voluto modificare leggermente l'Inno di Mameli con una personale reinterpretazione, sostituendo il finale "Siam pronti alla morte" con "Siam pronti alla vita". A seguire polemiche infinite e prese di posizione nette ed intransigenti, in puro stile italiano.

L'origine del "Canto degli italiani" e di quel riferimento alla morte risale al 1847: l'inno fu scritto, come noto, dal giovane studente patriota Goffredo Mameli, genovese, e musicato da Michele Novaro. Sebbene italiano, l'inno in realtà si rifà, in spirito e semiosi, alla marsigliese francese. Era ispirato, infatti, a ciò che stava succedendo in Francia con la Rivoluzione che prende il nome dal famoso motto di Liberté, Égalité, Fraternité e preludeva ai moti del 1848 in Italia. Dopo di questi, ed anche grazie alla sua orecchiabilità e al richiamo ai temi della liberazione e all'indipendenza dallo straniero (asburgici in primis), il successo dell'inno fu un crescendo, divenne popolare nel Risorgimento e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, tanto che diventò de facto l'inno d'Italia anche senza una legge (anzi, nel più puro spirito italiano, è rimasto inno provvisorio, e solo nel 2012 una legge ne ha decretato l'obbligatorietà ─ senza peraltro togliere la provvisorietà, non si sa mai).

E veniamo dunque al testo: come ogni storico sa, le cose e gli eventi accaduti nel passato non si possono giudicare con le categorie del presente ma vanno contestualizzati (parola magica che autorizza in genere a giustificare tutto ciò che di terribile è accaduto prima di noi, tendenzialmente con ragione). Il testo è un mix di patriottismo, riferimenti culturali, storici e letterari di non immediata comprensione e soprattutto è intriso di romanticismo, che all'epoca era in voga (anche oggi, ma sui danni dell'idealismo ne scriverò un'altra volta).

La retorica del testo è tutta incentrata sulla battaglia e sulla chiamata alle armi (in chiave di liberazione dallo straniero, contestualizzando ovviamente): nel ritornello e nella prima strofa, dove poi c'è il riferimento alla morte, c'è il tema della coorte (ovvero della decima parte della legione romana), il richiamo "all'armi", e poi la citazione a Publio Cornelio Scipione (nell'inno è in latino: Scipio), cioè al militare romano che alla fine della II guerra punica liberò la penisola italiana dall'esercito cartaginese, e che fu soprannominato "Scipione l'Africano". Secondo Mameli, il suo elmo è ora indossato dall'Italia che è pronta a combattere (ovvio) ed essere di nuovo unita (contro il suddetto straniero invasore). L'esaltazione della figura di Scipione sarà ripresa durante il fascismo con la produzione cinematografica Scipione l'Africano, uno dei colossal storici del tempo, en passant.

Siam pronti alla morte? Allora lo erano senza dubbio, per unire l'Italia; oggi temo molto meno, ma lo spirito patriottico ─ con richiamo alla morte ─ è stato in realtà modificato successivamente: dopo il 1861 ai monarchici quell'inno sembrava troppo rivoluzionario (Mameli era un mazziniano doc), mentre alle frange più anarchiche sembrava all'opposto troppo conservatore. Insomma, stranamente i primi italiani uniti erano già divisi anche su questo. Così, dopo la proclamazione del Regno d'Italia, l'inizio della seconda strofa fu cambiato, da "Noi siamo da secoli calpesti, derisi" a "Noi fummo per secoli calpesti, derisi", mentre nel ritornello venne ripetuta la frase "Siam pronti alla morte" con l'aggiunta di un roboante "Si!" in modo da auto-confermare eventuali dubbi (la psicologia positiva sarebbe arrivata solo un secolo dopo, ma noi eravamo già avanti, come al solito, senza saperlo).

Ed ecco che qui interviene Renzi con geniale sagacia, ma non solo sul testo: non si può disaccoppiare la coreografia comunicativa renziana dalla presenza scenica dei bambini. Sono i bambini ad essere inquadrati quando viene cantata la "variante" al ritornello e la strofa finale: le telecamere chiudono su di loro, e il commento di mia madre sancisce che l'opera renziana di revisione è riuscita: "Che carini!!". Fine del discorso: neanche io riesco a non apprezzare quell'inno così romantico: e poi siam pronti alla vita in effetti suona meglio di siam pronti alla morte..

Delle doti comunicative e di spregiudicatezza di Renzi si è detto di tutto e di più. C'è a chi piace, in generale a chi ha un carattere fattivo e concreto, e c'è a chi non piace, spesso chi è più legato alle tradizioni e a un certo modo di intendere la politica e la comunicazione: ma questo generalizzando molto, perché poi perfino Crozza ormai lo percula fin da tempi non sospetti. L'ultimo in ordine di tempo è stato il diretùr Ferruccio De Bortoli, che in un editoriale infuocato prima di lasciare la direzione del Corsera lo ha soprannominato "maleducato di talento".

Sul talento, non si discute. Forse FDB voleva ispirarsi allo smemorato di Collegno,  ma tutto si può dire di Renzi tranne che non abbia inventiva e creatività, anche quando forse non è opportuno (ma la creatività è sempre opportuna e l'inventiva mai fuori luogo?). In fondo, solo dei monolitici reazionari potrebbero desiderare che nulla cambi, mentre noi italiani siamo più portati a fare in modo che tutto cambi affinché nulla cambi.
Ma anche ammettendo che cambiare l'inno sia la cosa più tremenda che si possa fare, uno stupro da inorridire facendo rotolare nella tomba di moto circolare uniforme il povero Mameli e il Novaro, non riesco a trovare così grave questo cambiamento, a meno che non si inquadri la cosa da un punto di vista strettamente segnico. Perché la sfida di matrice renziana non è una strofa cambiata, ma è il cambiare per cambiare, cioè il rischio di modificare solo le apparenze, le appartenenze e gli equilibri, ma poi lasciare le cose in sottofondo come stanno, rischio reale, credo molto più pericoloso di un inno reivisionato.

Neanche questa in fondo è una novità. Nei sistemi di potere (e quello italiano è solidissimo, nonostante le apparenze) la sfida al cambiamento di qualsiasi persona che lo conquisti, si infrange di solito negli apparati, un po' come quei tripodi giganteschi che si stagliano nelle barriere dei porti: inizialmente l'onda li travolge e li sopravanza, ma poi piano piano perde potenza mentre le seconde e terze file dei giganteschi pietroni alla fine abbattono anche l'ultima energia residua, in modo che il porto resti calmo, tranquillo, sereno.... 

Viviamo in una società, quella italiana, per certi versi mortifera, annegata nella corruzione di in una classe politica soggiogata ed asservita a un modo di agire mafioso (inutile citare Mafia Capitale, ché come romano è quella che più mi colpisce da vicino), a qualsiasi livello territoriale e politico, e una società derisa e calpestata, essa sì, perfino dai propri stessi appartenenti, una società profondamente litigiosa, intrinsecamente ideologizzata, e incapace di adottare un atteggiamento costruens ma ben preparata su quello destruens. Qualsiasi passaggio sui social network può testimoniarlo facilmente, nei modi vari per attaccare l'avversario, sputtanarlo, dimostrare il più classico degli sport italioti: "io ho ragione, tu hai torto". E se magari la ragione c'è (non sia mai che qualcuno affermi che la verità non sta mai tutta da una parte, peraltro) è ancora peggio!  Indice e simbolo di una incapacità di accettare ed accogliere le differenze e ancor di più di trovare dei punti di accordo e di confronto (famosi quelli costruttivi, spesso citati e quasi mai applicati)..

Insomma invece di darcele di santa ragione ed essere pronti alla morte, oggi preferisco sentire dei bambini cantare di "esser pronti alla vita"...


Buona la seconda (Laurea)

 

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My entire life can be summed up in one sentence: things didn't go according to plan.
─ anonymous

 

L'inizio dei post che preferisco contiene una citazione che svela il senso, in modo ironico e semplice, ed è tutto chiaro. "La mia intera vita si può riassumere con una frase: le cose non sono andate secondo i piani"

E' una cosa brutta o bella? Secondo me, bella: non credo molto nella pianificazione. Parlerò di una scelta in un ambito totalmente diverso da quello in cui mi ero mosso fino a pochi anni fa, dell'incredibile sequenza di eventi che sono "andati a posto" da soli e che hanno portato ad un approdo apparentemente sorprendente, alla fine di un percorso di ricerca e all'inizio di una strada che mi ha portato gioia, novità, e, almeno in teoria, disegnerà un andamento alternativo della mia vita. E' un percorso arricchente ma che in fondo è un ritorno alle origini.

Ma che cosa è successo?

Da diversi anni, come chi mi conosce sa, vivo una specie di crisi professionale. Il fuoco per l'informatica era passato, non senza perplessità, e la passione, soprattutto, per la programmazione e la progettazione sembrava essersi esaurita o perlomeno arrivata ad un punto morto, dopo un percorso fatto di molteplici iniziative, ricerca e studi che aveva portato a diversi successi e a un mestiere durato anni. Ma ho capito che le mie passioni e i miei interessi si stavano spostando:  sempre più passavo dall'approccio delle scienze tecniche a quello delle scienze umane. E' stata una presa di coscienza in realtà molto lunga, che ha interessato molti anni e non senza diversi ripensamenti.

Inizialmente avevo intrapreso un percorso di avvicinamento alla psicologia, uno dei temi che più mi interessava - anche perché la mia formazione era davvero carente sotto quell'aspetto: diciamo la verità, non ero portato per l'empatia o la capacità di avere una visione più approfondita su di me e sull'altro, né tantomeno all'interno della professione ciò era considerato un vantaggio. Quindi, di fronte all'incapacità di affrontare il mondo relazionale in maniera efficiente, da bravo ingegnere ho approfondito i temi che mi interessavano per cercare di capirci qualcosa, cosa che in effetti serviva. Nel frattempo, il mio campo di ricerca e competenza era sicuramente diventato la comunicazione (ambito senza dubbio ampissimo), e in particolare la parte relativa al rapporto con i nuovi media - in questo l'essere stato un innovatore prima con Beta e poi osservatore e ricercatore, approfondendo la materia e animando discussioni e progetti con molti attori e protagonisti dell'internet italiana era stato fondamentale.

Questo avveniva ancora qualche anno fa.

A partire dal 2004 si sviluppa l'interesse per i nuovi media e dal 2007 per i social e contemporaneamente per le scienze umane: è tutto connesso.

Fino al 2011 sono stato un ingegnere informatico "full": ho lavorato in Telecom Italia ed in altre società del settore facendomi un po' le ossa in campo tecnico,  dopo la grande stagione pionieristica nella Nice, la società dove avevo fondato e progettato il network editoriale di Beta nel 1998 e negli anni successivi con annessi e connessi.
Eppure lavorare nel campo dell'informatica non mi stava piacendo più. Ma come mai, mi dicevo: "io sono questo", "la mia passione e il mio lavoro sono questi". Com'è possibile che il Luciano che passava notti intere davanti al pc fino a pochi anni fa, oggi era bloccato?

La questione è stata abbastanza complessa da risolvere.

Ero una persona abituata ad interagire principalmente in ambito tecnico, e anche piuttosto solitariamente, ma la parte di me relazionale era diventata non più comprimibile: lavorare nell'ambito tecnico significava continuare a mantenere la gabbia che mi stava stretta, in un contesto fortemente competitivo e un po' nerdiano. Peraltro il cliché dell'informatico in realtà era un po' appiccicato: seppur con un approccio, quello tecnico-scientifico, dal quale non potrò mai prescindere, l'ambito tecnico informatico era solo uno dei miei ambiti di interesse, e non era più al primo posto.

E' nel 2012 che cambia qualcosa: scopro la vocazione all'insegnamento grazie alla lungimiranza di Giovanna Abbiati, che fa partire il primo Master in Comunicazione e new media all'Ateneo Regina Apostolorum (e con la quale successivamente organizzerò il TEDx in Vaticano). Questa opportunità professionale, che mi darà anche grandi soddisfazioni personali (memorabili le tesine dei miei studenti che seguo una ad una con grande entusiasmo), farà però emergere ancora di più quello che sembrava un malessere, una pausa nello spazio della mia attività professionale.

Dovevo, in qualche  modo, evolvermi e imparare. Dovevo fare qualcosa mettendo a frutto da una parte le conoscenze e quello che avevo imparato con l'insegnamento e dall'altra approfondire il collegamento tra le scienze umane, la comunicazione, e l'informatica. Ma come?

In questi anni ho avuto la fortuna di avere affianco delle persone straordinarie che mi hanno aiutato molto in questo percorso di trasformazione. Il buon neurologo, innanzitutto, che mi ha preso in carico quando ero nel pieno della crisi, poi il mio padre spirituale, il mio gesuita come lo chiamo io (provocando l'ilarità generale) che mi ha seguito e mi segue con una pazienza in odore di santità, e poi la psicoterapeuta che mi ha portato in qualche modo all'accesso al mio mondo emotivo in modalità nuove e inaspettate. Tre figure necessarie, probabilmente.

Che fare, dicevo? Le opportunità professionali - o le sfide, come si chiamano oggi - erano venute meno a causa di una politica a mio avviso miope dell'ateneo che aveva deciso di cancellare il Master in comunicazione gettando al vento un lavoro fruttuosissimo e pieno di impegno che aveva avuto un successo straordinario. Dopodiché c'era l'aspetto prettamente informatico: già, ma i miei interessi ormai si erano spostati sull'insegnamento e sulla formazione.

Proprio sulla formazione c'è stato molto lavoro di ricerca. Mi ero avvicinato anche al mondo del coaching, prima in modo critico, poi cercando di comprendere cosa c'era di buono e cosa invece poteva essere rischioso o semplicemente inadatto, pur con i miei limitati strumenti ma insieme appunto alle persone che nelle rispettive professioni mi hanno sempre dato un apporto fondamentale in questa comprensione. 

Ricordo a tal proposito un bellissimo commento su alcune mie considerazioni di ordine psicologico che avevo riassunto alcuni mesi fa in un post dal titolo emblematico, Alla ricerca di senso (dalla psicologia al coaching e ritorno) dall''attuale vicepresidente dell'ordine degli psicologi della Lombardia: "Ce ne fossero di ingegneri come te!!". Per me fu un onore e in parte un sollievo, anche perché quel post fu duramente contestato da uno dei professionisti succitati di cui avevo totale stima, e che sicuramente aveva colto delle imprecisioni, che poi hanno portato ad un rimaneggiamento del post stesso.

Viene il tempo delle decisioni, e siamo al 2013. Essendo legato ancora allo schema professionale dell'ingegneria - e non volendo aspettare oltre per cambiare qualcosa - decido di prendere un (costoso) Master universitario internazionale in Management and emerging technologies, di ambito ingegneristico. Sembra fatto apposta per dare una svolta alla mia professione, e invece si rivela un errore madornale. Me ne accorgo solo dopo: tutti gli argomenti delle materie vertono su aspetti tecnologici e tecnici estremamente approfonditi, perfetti per chi vuole fare un percorso per lavorare in ambiti estremamente specialistici come il settore automotive, per esempio, ma non per me e non a 44 anni! Credevo che approfondire i temi delle nuove tecnologie sarebbe stata una strada coerente: mi ero sbagliato. Stavo prolungando lo stesso errore che avevo fatto con la prima laurea - e ora per di più tutto era di scarso interesse per me -  quando il mio orizzonte si stava spostando invece sulle scienze umane e sulla relazione tra queste e le scienze dure. Non c'era niente in quel Master che facesse per me...Ma ormai la frittata era fatta.

Mentre sono devastato dall'errore fatto, nasce per caso, per una coincidenza provvidenziale, diciamo così, l'opportunità che mi farà intraprendere il percorso giusto: navigando sui siti universitari mi cade l'occhio su una laurea specialistica in Teorie della comunicazione in un'università privata, la Link Campus. Guardo gli esami, approfondisco gli argomenti e penso "che bello sarebbe poter fare questa. Ma chi ce l'ha 5 anni..."
Decido comunque di telefonare, più per sfizio che per altro, e mi risponde una gentile signora alla quale faccio qualche domanda. Ad un certo punto butto là una frase quasi senza pensarci: "Peccato che con la mia laurea non posso accedere a questa specialistica, sennò..". E dall'altro capo mi sento rispondere: "Chi gliel'ha detto, scusi?".

Come una scossa che ti attraversa quando incroci il sorriso della ragazza che avevi sempre sognato, la vita mi passa davanti e balbettando dico "Lei mi sta dicendo che posso accedere direttamente alla specialistica del corso in Teorie della comunicazione con la mia laurea?" - "Si, lei mi ha detto il suo curriculum, che è molto buono, lo valutiamo in sede di commissione ma sicuramente le posso dire che dal punto di vista accademico, con la riforma, non ci sono problemi".

"Grazie!" Appena termina la telefonata mi fermo un attimo, ed urlo: Si - può - fare!!

E' un momento di pura euforia e di fervente attività. A quel punto, una volta scoperto ed appurato che il percorso di unire le mie competenze tecniche con le scienze umane in un unicum accademico è fattibile ed in tempi umani, inizio a vedere i possibili percorsi specialistici nelle Classi di laurea in Comunicazione (sono diverse) di tutte le università romane. Telefono e mi informo, scarico brochure e indirizzi, vado a parlare con le responsabili didattiche, trovando disponibilità e professionalità. Ma ancora le cose non sono così semplici come sembrano...

Le tre principali università statali più una privata alle quali sono interessato, infatti propongono sì percorsi diversi -  tutti molto interessanti -  ma a delle condizioni: non potrei iscrivermi all'anno accademico in corso ma devo aspettare l'inizio dell'anno successivo, e nonostante il mio curriculum dovrei comunque dare alcuni esami della triennale, "per stare sicuri" in sede di valutazione. Inizio a scoraggiarmi ma insisto.

E' a questo punto che la magia accade.

Per scrupolo avevo scritto anche all'università statale più lontana da casa mia - che proponeva anch'essa un percorso didattico estremamente interessante - scusandomi per il fatto che avessi saltato le precedenti prove concorsuali per accedere alla laurea specialistica ed allegando un curriculum vitae e studiorum. Pensavo che non mi avrebbero neanche risposto...
Il giorno dopo invece mi risponde, in poche ma fondamentali righe una professoressa (che non smetterò mai di ringraziare) che mi annuncia che c'è un'ultima finestra concorsuale da lì a pochi giorni per entrare nell'anno in corso, e che sarebbero disponibili a un colloquio. Mi dà appuntamento alla mattina seguente, il suo giorno di ricevimento.

Ed è proprio lì che grazie alla lungimiranza e la disponibilità del collegio didattico posso coronare il sogno, è in quel momento che i pezzi del disegno iniziano ad andare ognuno al posto loro. Quando ci incontriamo, lei mi spiega che proprio quell'università sta promuovendo da alcuni anni un percorso multidisciplinare che cerca di mettere insieme ambiti di competenza diversi. Io sarei stato ottimo per questo approccio. Ed era proprio quello che stavo cercando - io e loro. Erano le persone con cui mi sentivo di poter intraprendere un percorso formativo finalmente coerente, anche se in realtà mi apparteneva da sempre: perché in realtà la Comunicazione era il filo rosso che mi univa fin dalle mie prime esperienze lavorative. Il commento più bello è stato il suo: "è davvero raro che una persona con una formazione tecnica si avvicini e approfondisca le discipline delle scienze umane, il suo è un percorso complesso ma molto ricco".

Da lì in poi è stato tutto un faticoso ma entusiasmante percorso di avvicinamento. Ancora ricordo quelle settimane tra gennaio e febbraio come una corsa continua alle scadenze: colloquio preliminare con docenti titolari, incombenze amministrative con problemi inaspettati (nell'altra università risultavo ancora iscritto!), preparazione del Piano di studi, integrazione del curriculum con testi per colmare le lacune (in storia, ad esempio!).

Arriva il giorno della valutazione del collegio didattico: il suo superamento, diventa l'occasione per conoscere persone straordinarie, grazie all'impegno della mia tutor formidabile e dalle vedute ampie, con cui abbiamo stilato il percorso personalizzato. Ricordo quel giorno anche perché chi ha esaminato ed approvato il mio percorso mi ha detto una cosa che reputo molto bella: io, un po' emozionato, cercavo di rompere gli indugi mentre valutava le differenze di Cfu (ovviamente tra i codici di Ingegneria informatica e quelli di Lettere e filosofia ci sono ben poche concordanze!) dicendole che "io sono molto motivato", e lei mi ha risposto "Anche noi!" con un bellissimo sorriso. Era fatta! Ero nel biennio magistrale (e nell'anno in corso!) di Scienze dell'Informazione e della Comunicazione.
 
Forse è vero, credo che sia difficile che si uniscano mondi così lontani come l'ingegneria e lettere e filosofia. Ma io in questi anni sono cambiato, l'informatica ormai mi va stretta, ed era tanto che inseguivo questo progetto, in realtà. Anzi, diciamo che è quello che avrei dovuto fare da subito. Ma, come si dice, meglio tardi che mai. E io sono in ritardo, in genere...

Man mano che vado avanti nei corsi e nei seminari di questa fantastica galoppata nella mia seconda laurea, ho imparato moltissimo. Ad esempio per l'importanza della multidisciplinarietà: ci sono sfere culturali che non si parlano, (Scienza) e (Filosofia), per dirne due che sono sotto gli occhi di molti, oppure (Tecnica) e (Letteratura), ecc. Molte persone, anzi la maggior parte, non mettono insieme due sfere distanti e c'è chi rimane tutta la vita confinato in una dimensione professionale senza volerne sapere di altre, ad esempio il Teologo che studia solo storia dell'arte e religione e non vuole saperne di metodo scientifico, o lo scienziato che studia solo il mondo tecnologico di sua competenza e non avverte nessuna esigenza di comprendere il trascendente. Viviamo nell'epoca della specializzazione, come noto.
Ma più si integrano le discipline e si esula dalla specializzazione e più si amplia il proprio orizzonte culturale, e più le cose iniziano ad apparire sotto luci diverse. E ciò che prima vedevi solo da un'angolazione, la vedi da molte altre....

L'impegno è gravoso - e c'è anche in qualche modo rinuncia in questo percorso - su questo non posso certo mentire: so che mi prenderà tempo e lo toglierà ad altri progetti, ma sono contento così. Molto contento.


 

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Laureato in ingegneria informatica e laureando in Scienze dell'Informazione e Comunicazione (LM-19), mi occupo di nuovi media e di gestione della conoscenza. Ho fondato “Beta”, “IT News” e diversi progetti e guide. Ho insegnato nel Master in Comunicazione e New media all'Upra, e sono stato technology visionary per TEDx ViadellaConciliazione. Attualmente faccio consulenza, formazione e sviluppo con LGStudio e sono cofondatore del laboratorio culturale politico Persona è futuro.
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Quella ricerca di senso (dalla psicologia al coaching e ritorno)
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The choice of advancing professional studies
In these days I've finally decided on the type of training and professional update that I will take. By…
The media's obsession with Robin Williams' death made my own depression worse
by Michael Gerhard Martin* It's been over a week since Robin Williams killed himself. I loved Mork when I…

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