Il maldistomaco

Tutto comincia sul finire del 2007. In una notte di settembre arrivano dei dolori lancinanti allo sterno. La mattina vado in ospedale, ho lo stomaco gonfio, il medico pensa a un’intossicazione alimentare. Ma non c’entra niente.

Il dolore passa da solo in tarda mattinata per poi ricomparire la settimana successiva, sempre di notte, sempre a letto. Un gastroenterologo, sentito al telefono, capisce che si tratta di un’infiammazione esofagea (reflusso), mi dà dei farmaci e fissa l’esame endoscopico – che sarà il primo di una lunga serie. Di lì a poco entro in terapia, terminano i dolori, ma inizia quello che io chiamerò il “maldistomaco”, che nessuno ha mai capito cosa sia. Ma questo è solo l’inizio, anzi l’epilogo.

Facciamo un passo indietro. Nella mia post adolescenza ero pieno di problemi, ansie, manifestazioni psicosomatiche dovute a “stress” (la causa che ogni medico pronostica quando mancano altri motivi), e facevo una vita disordinata. Spesso mi rifugiavo nel cibo, come sa chiunque abbia avuto scompensi emotivi, seguendo una dieta alimentare terribile. A quell’età digerisci più o meno tutto e ti senti forte. Solo quando cominci ad avere i primi problemi di stomaco, magari ci pensi su: “sì dovrei cambiare abitudini alimentari”. Ma poi chi se ne frega, finché il fisico regge… Le emozioni hanno la meglio, sono forze colossali che lavorano dentro, sia mentalmente sia fisicamente, se non ne hai consapevolezza.

Allora vivevo in una serie di compartimenti stagni mutualmente complicati da alcune scelte sbagliate: la prima, una laurea difficile presa in un campo che non mi piaceva (avevo la passione per l’informatica, ma non per ingegneria), la seconda era un lavoro che mi piaceva ma che stavo invece terminando (nel campo dell’editoria, la mia passione) proprio per finire gli studi, la terza una relazione a distanza con una ragazza straniera che mi stava massacrando. A queste si aggiungono una serie di problemi in famiglia, di cui uno molto grave che era la malattia di mio padre, che ci aveva completamente assorbiti e che purtroppo l’ha portato alla morte. I miei problemi dovuti a una enorme introversione che ho fin da piccolo, accomunati a forte nervosismo, ansia, e tristezza, erano il contorno.

Uno potrebbe pensare: tra i venti e i trent’anni chi non ha problemi? Se non ti poni dei dubbi esistenziali e non cerchi di capire chi sei a quell’età, quando?

Quello che cambia, però, è l’atteggiamento con cui affronti questo insieme. Ed era un brodo di coltura perfetto per una crisi esistenziale, che è arrivata come uno tsunami nei primi anni 2000. Inizio del nuovo millennio che, diciamo, già era complicato di suo.

Terminati gli studi con enorme fatica, qualche anno più tardi decido di cercare un’altra attività lavorativa. Lavoravo in una società informatica avviata, e avevo già esperienza come programmatore: volevo quindi fare altre esperienze rimanendo però nel campo.

Durante gli anni, come detto, avevo già sperimentato una certa delicatezza di stomaco (anzi si potrebbe dire che ce l’ho da sempre). In particolare soffrivo già di gastrite ma senza preoccuparmene troppo: semplici bruciori di stomaco…pensavo. E proseguivo così con i superalcolici, le serate al pub con gli amici più cari, e grossi spuntini di mezzanotte.

Ed è appunto il fatidico 2007 quando decido di accettare una proposta di lavoro presso Telecom Italia. Uno stipendio fisso, una grande multinazionale in cui conoscere gente nuova, ambiente e contesto completamente diversi, rispetto alla società nella quale ero cresciuto professionalmente.

Erano 40 km di andata e 40 di ritorno, tutti i giorni. Un affiancamento di una sola settimana per capire tutto quello che dovevo capire, e via, nel grande open space di un palazzo in vetro e acciaio vicino Roma.

Tempo qualche giorno e avevo la tosse nervosa, o forse era l’aria, non l’ho mai capito. Dovevo imparare tutto in fretta, e senza fare errori, e performare (parola orribile), essere in grado di gestire le criticità, generare i report e insieme fare amicizia con i colleghi… Tutto insieme. Alla terza settimana avevo già fatto incazzare il mio capo! Ma reggevo.

Intanto frequentavo la mensa e il bar attiguo. Notai che il mio affiancamento (quello che dopo una settimana se n’era andato) mangiava solo uno yogurt per pranzo, e non ci ho messo molto a capire perché. Il cibo della mensa era generalmente al limite del commestibile, così andavo al bar a prendere un panino o qualche pizza.

In quel periodo arriva una prima tranche, sotto la forma dei dolori lancinanti con cui ho aperto il post. Il gastroenterologo mi “tranquillizza” prescrivendo esomeprazolo e un antiacido, e poi un’Egds (la gastroduodenoscopia) da fare il prima possibile. Quindi non era nessuna intossicazione alimentare, ma il portato di anni di reflusso, mai trattato, mai curato.

Faccio l’Egds e i risultati non evidenziano lesioni di tipo ulceroso, ma è tutto infiammato e deve essere rifatta dopo tre mesi. Nel successivo esame si configura un problema più serio, che deve essere trattato e tenuto sotto controllo. Inizia così la “terapia a vita”: un inibitore di pompa (ppi) che devo prendere tutti i giorni.

Allora non lo sapevo, ma i ppi hanno alcuni effetti collaterali: il principale è che inibiscono la capacità dello stomaco di produrre acido, che è la componente che serve a digerire cibi e, secondariamente, a impedire che alcuni batteri (“cattivi”) penetrino nell’intestino.

Però con la terapia riesco (apparentemente) a non stare troppo male, e comunque è necessaria per proteggere l’esofago. Quindi la seguo. Ma il sollievo è solo temporaneo: è un’illusione.

Nel 2010 lascio il lavoro in Telecom e vengo assunto in una società di informatica. Pensavo che sarebbe andata meglio. Alla fine dell’anno la situazione, invece, precipita: non riesco a dormire la notte, non digerisco quello che mangio, devo ricorrere a sonniferi e ogni ciclo di lavoro 9.00-18.00 diventa una tortura, per restare sveglio, per performare al meglio. Stavo malissimo. A dicembre getto la spugna.

Nel 2011 mi prendo un anno sabbatico per capire cosa fare. Mi affianca un lavoro di psicoterapia.

All’inizio, infatti, pensavo di soffrire di una forma nervosa, tipicamente psicosomatica come dicono tutti. Considerate le varie componenti del malessere (mangiavo e stavo male, non riuscivo mai ad addormentarmi prima di notte inoltrata), avevo un frullatore di idee che mi girava nella testa per cercare di capire le cause del maldistomaco.

La prima era il tipo di lavoro: pensavo che fare il programmatore fosse una delle concause. Effettivamente stare fermo davanti a un computer 9/10 ore al giorno in una stanza con altri cinque uomini non era particolarmente …stimolante, ma diedi troppo peso a quella storia. Il problema era anche altro.

In particolare, una parte del problema era sia di tipo psicosomatico sia anche di tipo organico, che io sottovalutavo (e che invece era importante per non aggravare la situazione). In altre parole non potevo condurre più la vita che conducevo prima sia dal punto di vista emotivo ma sia anche dal punto di vista alimentare, di bioritmi, di orari, di lavoro. Ma era difficile capirlo, soprattutto quando gli psicologi ti dicono che il problema è solo psicosomatico. E poi, come ho scritto, questa era una parte del problema maldistomaco: non tutto.

In ogni caso, proseguì la serie di incontri con un neurologo, psicoterapeuta, esperto in disturbi alimentari che mi era stato consigliato dal gastroenterologo. A differenza di quest’ultimo, il neurologo aveva una sua incrollabile certezza diagnostica, e cioè che il mio maldistomaco fosse causato da un disturbo alimentare psicogeno, ovvero era tutto nella mia testa: il problema era nelle emozioni, non in quello che mangiavo.

Mi fidai del suo discorso, almeno inizialmente, sebbene continuassi a stare male. Volevo seguirlo, pensavo che se avessi raggiunto una consapevolezza della mia narrazione sbagliata e avessi svelato la causa psicosomatica avrei vinto o almeno controllato il maldistomaco.

Intanto arrivavano i primi riflessi nella vita sociale, affettiva, oltre a quella professionale. Una cena insieme agli amici significava stare svegli tutta la notte. Un pranzo in compagnia dei famigliari preludeva a un pomeriggio con le mani sullo stomaco. Provai il digiuno ma anche questo non faceva miracoli, oltre a essere difficile da seguire. In particolare, digiunando (per alcune ore, naturalmente non per giorni) la situazione migliorava e stavo meglio ma non la notte: il maldistomaco (o meglio la dispepsia) ricompariva puntuale, a tenermi sveglio o a rendere il coricamento un supplizio. Iniziai, com’è ovvio, a dimagrire alcuni chili, il che non fa mai male.

La cosa però che mi devastava l’umore, l’autostima, e la mia capacità di reagire era che il mio sistema digestivo andava in crisi con un nonnulla: bastava un semplice buffet a un convegno per provocare una crisi. E, come detto, la sera la cosa assumeva proporzioni tragiche: potevo stare male anche per 10 ore! Una notte in bianco, senza possibilità di fare alcunché, significava avere la giornata successiva devastata, e di non poter controllare la mia vita: appuntamenti saltati, impegni da rimandare. Stavo male.

Così intrapresi il mio personale percorso di conversione da un’alimentazione “disordinata” (anche da un punto di vista emotivo, ovvio) a qualcosa di diverso, scollegato dall’aspetto psicosomatico. Complice il fatto che mi ero licenziato, cercai di organizzare quello che mangiavo a casa: con calma, con tempi lunghi, cucinando io. Sapevo che c’entrava il discorso funzionale, anche ereditario (mio papà e mia nonna soffrivano entrambi di problemi di stomaco), ci ho solo messo anni a capirlo.

Ma, nonostante l’impegno, non avevo comunque risolto il problema.

Con il neurologo avevo fatto un enorme lavoro di consapevolezza, ma il maldistomaco non era passato. Negli anni successivi ho intrapreso anche differenti percorsi psicoterapici (oltre al cognitivismo costruttivista, la gestalt, la terapia breve strategica, ecc.), ma nessuno ha davvero intaccato quello che sembra a tutti gli effetti un disturbo organico (“viscerale”) più che psicologico, nonostante pareri contrari.

Siamo così arrivati ai giorni nostri. Mangio quasi sempre a casa, e ho dovuto rinunciare a una vita professionale dagli orari “classici”, così come a molti altri lavori a causa del maldistomaco; anche la vita sociale ne ha risentito tra rinunce e notti insonni. Oltre naturalmente all’umore, al benessere generale, alla capacità di fare progetti…

Nessun medico, psicologo, neurologo, psicoterapeuta, gastroenterologo, internista, dietologo, nutrizionista, ha mai capito cos’abbia veramente. Ognuno negli anni ha prodotto la sua diagnosi, che corrispondeva con la propria specializzazione. Il gastroenterologo vedeva la causa nel reflusso esofageo, lo psicologo nella mia mente (nella convinzione che fossi io in qualche modo a provocarmi il malessere), la nutrizionista prescriveva diete. E così via. Probabilmente ognuno di loro aveva una parte di ragione, e questo è il dato più sconfortante. Un bravo internista, il compianto Dott. Migliaccio, mi aveva dato alcuni consigli interessanti (anche olistici se così si può dire, oltre che dietistici), ma neanche questi sono stati sufficienti a modificare il maldistomaco.

Qualcuno, a questo punto potrebbe tirare fuori la storia che “siamo un tutt’uno”. Non sbaglierebbe di tanto, ma la faccenda è ancora un tantino più complicata.

Negli anni intanto si è aggiunta la psoriasi. Che non ha fatto che peggiorare, in qualche modo, la situazione. E anche questa è legata all’alimentazione (ma non solo). Anche la psoriasi va e viene secondo ondate di difficile comprensione, se non blandamente legate al maggiore o minore stress o alle escursioni del mio metabolismo.

Da tempo ho smesso di alimentarmi “male”, anche se di tanto in tanto indulgo in qualche sfizio: un bicchierino, una pizza, una cena fuori. La cosa irritante è che le mie analisi cliniche sono quasi perfette; eppure sto male, pago ogni sgarro anche solo di poco, e il maldistomaco comunque c’è anche se mangio benissimo o poco – chiaramente un po’ meno ma c’è.

Ho smesso qualsiasi spuntino di mezzanotte o fuori pasto da anni ormai. Faccio colazione con the e fette biscottate, pranzo e ceno con un solo piatto – 100gr circa di pasta condita, a pranzo, o un bel piatto di carpaccio al limone con insalata a cena, innaffiato con del buon vino rosso di qualità (consentitomi dai medici), qualche fetta di pane a lievitazione naturale o lunga, magari due o tre cracker, e quando esagero un pacchetto piccolo di patatine light.

Certo, le patatine irritano la mucosa gastrica, il the o il caffé andrebbero evitati, i cracker eccetera. Ma non è che eliminando tutto la situazione cambi. Non è che eliminando l’unico caffé del giorno cambi chissà che (peraltro pure della moka): ho provato, a toglierlo. L’unico cambiamento sortito è che per avere un relativo sollievo momentaneo poi non mi reggo più in piedi. E, voglio dire, le persone normali di caffé (espresso) se ne bevono anche cinque o sei e non stanno certo male come me. Poi, tra il caffè dopo pranzo, il suo temporaneo lieve fastidio gastrico, e il maldistomaco alle due di notte ci passano dodici ore…

Quindi, nonostante questi accorgimenti il maldistomaco non è mai passato. Sei gastroscopie, controlli, analisi, e i farmaci che prendo per il reflusso dovrebbero avere un effetto, eppure la sera, ogni sera, a tarda notte arriva lui, il mio stomaco (o meglio l’intestino), con una dispepsia che mi massacra ogni – singolo – giorno a ricordarmi che non ho risolto ancora nulla.

L’unica magra consolazione, se così si può dire, è che ho trovato recentemente sollievo con l’infuso di zenzero, che dopocena mi calma un po’ il maldistomaco. Consiglio – efficiente – datomi dal mio gastroenterologo storico, che ha provato tutti i farmaci procinetici per attivare la peristalsi (sarebbe il transito gastrico) nel mio caso evidentemente alterata.

A questo punto non credo più nella psicoterapia per il maldistomaco (eventualmente per altri scopi – ché se fatta da un professionista serio è sempre utile), e penso che dovrei cercare uno psico-nutrizionista, o un genio della dietologia, o qualcosa del genere: una persona che riesca a capire cosa succede nel mio organismo prima, durante, e dopo mangiato. Sperando che serva.