Dentro Matrix nel deserto dell'irreale
(fonte: Il Manifesto)
Come sfuggire alle trappole della lettura filosofica dei film
dei fratelli Wachowski. I due episodi
di Matrix sono la rappresentazione
dei conflitti del presente e parlano
alla sinistra. Esercitare «resistenze» locali, ribellarsi apertamente o allearsi
con il capitale illuminato della rete?
Input e output Mentre la prima parte era dominata dalla spinta a uscire da Matrix, la seconda chiarisce che la battaglia
deve essere vinta all'interno
SLAVOJ ZIZEK
C'è qualcosa di intrinsecamente stupido e ingenuo nel prendere sul serio le basi «filosofiche» della serie Matrix e nel discuterne le implicazioni: i fratelli Wachowski ovviamente non
sono dei filosofi, ma solo due persone che flirtano superficialmente
con alcune nozioni «postmoderne» e New Age sfruttandole in modo
confuso. Matrix è uno di quei film che funzionano come una
sorta di test di Rorschach, mettendo in moto il processo del
riconoscimento universalizzato, come il proverbiale dipinto di Dio che
sembra sempre osservare direttamente voi, da qualunque angolazione lo
guardiate: praticamente ogni orientamento sembra riconoscersi in esso.
I miei amici lacaniani mi dicono che gli autori devono avere letto
Lacan; i cultori della Scuola di Francoforte vedono in Matrix
l'incarnazione estrapolata della Kulturindustrie, la Sostanza
sociale (del Capitale) alienata-reificata prendere direttamente il
sopravvento, colonizzare la nostra stessa vita interiore usandola come
fonte di energia; gli amanti della New Age vedono in essa la fonte
delle speculazioni su come il nostro mondo sia solo un miraggio
generato da una Mente globale incarnata nel World Wide Web; per non
parlare della presenza pervasiva di Jean Baudrillard... Questa serie
arriva fino alla Repubblica di Platone: Matrix non
ripete forse esattamente il dispositivo platonico della caverna (gli
esseri umani come prigionieri, legati al loro posto e costretti a
guardare l'ombra di (quella che loro erroneamente ritengono essere) la
realtà - in breve, proprio la posizione degli spettatori al cinema?
Questa ricerca del contenuto filosofico di Matrix è perciò una
tentazione, una trappola da evitare. Simili letture pseudo-sofisticate
che proiettano nel film le raffinate distinzioni concettuali
filosofiche o psicanalitiche sono molto inferiori, per effetto, a una
immersione innocente come quella a cui ho assistito vedendo Matrix
in un cinema in Slovenia. Ho avuto l'opportunità unica di sedere vicino
allo spettatore ideale del film - vale a dire, un idiota. Un uomo quasi
trentenne alla mia destra era così immerso nel film che ha disturbato
per tutto il tempo gli altri spettatori con esclamazioni come «Mio Dio,
wow, dunque la realtà non esiste! Dunque siamo tutti marionette!»
Comunque, la cosa interessante è leggere i film della serie Matrix
non in quanto conterrebbero un discorso filosofico congruente ma in
quanto rendono, nelle loro stesse incongruenze, gli antagonismi della
nostra difficile situazione ideologica e sociale. Che cos'è, allora,
Matrix? Semplicemente ciò che Lacan ha chiamato «l'Altro», l'ordine
simbolico virtuale, la rete che struttura per noi la realtà. Questa
dimensione del «grande Altro» è quella della alienazione
costitutiva del soggetto nell'ordine simbolico: l'Altro tira i fili, il
soggetto non parla, «è parlato» dalla struttura simbolica. In breve,
questo «Altro» è il nome della Sostanza sociale, di tutto quello a
causa di cui il soggetto non domina mai completamente gli effetti dei
suoi atti, ossia a causa di cui l'esito finale della sua attività è
sempre qualcosa d'altro rispetto a quello a cui egli mirava o che aveva
previsto. E le incongruenze della narrazione filmica rispecchiano
perfettamente le difficoltà che incontriamo nello spezzare le
costrizioni della sostanza sociale.
Quando Morpheus cerca di spiegare all'ancora perplesso Neo che cos'è
Matrix, egli la collega a un errore nella struttura dell'universo: «È
tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra
nel mondo. Non sai bene di che si tratta ma l'avverti, è un chiodo
fisso nel cervello, da diventarci matto». Qui il film incontra la sua
incongruenza maggiore: l'esperienza della
mancanza/dell'incongruenza/dell'ostacolo dovrebbe dimostrare che la
realtà da noi vissuta come esperienza è un falso. Comunque verso la
fine del film Smith, l'agente di Matrix, dà una spiegazione differente,
molto più freudiana: «Sapevi che la prima Matrix è stata progettata per
essere un mondo umano perfetto? Un mondo in cui nessuno soffrisse, in
cui tutti fossero felici? È stato un disastro. Nessuno accettava il
programma. /.../ come specie, gli esseri umani definiscono la loro
realtà attraverso la sofferenza e la miseria».
L'imperfezione del nostro mondo è così allo stesso tempo il segno del suo essere virtuale e
il segno della suo essere reale. Si potrebbe sostenere con successo che
l'agente Smith (non dimentichiamolo: non un essere umano come gli
altri, ma la diretta incarnazione virtuale di Matrix - dell'Altro)
rappresenta la figura dell'analista dentro l'universo del film: la sua
lezione è che l'esperienza di un ostacolo insormontabile è la
condizione necessaria affinché noi umani percepiamo qualcosa come
realtà - la realtà è in ultima istanza ciò che resiste.
Legato a questa incongruenza è lo status ambiguo della liberazione
dell'umanità annunciata da Neo nell'ultima scena. L'intervento di Neo,
determina un «errore di sistema» in Matrix; allo stesso tempo, Neo si
rivolge a quanti sono ancora bloccati in Matrix come il Salvatore che
gli insegnerà come liberarsi dai vincoli di Matrix: loro riusciranno a
superare le leggi fisiche, piegare i metalli, librarsi nell'aria...
Comunque, il problema è che tutti questi «miracoli» sono possibili solo
se restiamo all'interno
della realtà virtuale sostenuta da Matrix e pieghiamo o cambiamo
soltanto le sue regole: il nostro «vero» status è ancora quello di
schiavi di Matrix. Noi, per così dire, abbiamo solo più potere di
cambiare le regole della nostra prigione mentale - perciò, che ne dite
di uscire da Matrix per entrare nella «realtà reale», in cui siamo
creature miserabili che abitano la superficie distrutta della terra?
Dunque la soluzione è forse una strategia postmoderna di «resistenza»
consistente nel «sovvertire» o «spiazzare» continuamente il sistema del
potere, o un tentativo più radicale di annientarlo?
C'è un'altra scena memorabile in cui Neo deve scegliere tra la pillola
rossa e quella blu; la sua scelta è tra la Verità e il Piacere: tra un
risveglio traumatico nel Reale e il persistere nell'illusione regolata
da Matrix. Egli sceglie la Verità, al contrario del più spregevole
personaggio del film, l'informatore-agente di Matrix tra i ribelli che,
nella scena memorabile del dialogo con Smith, l'agente di Matrix,
raccoglie con la forchetta un pezzo di una bistecca succulenta e dice:
«lo so che è solo un'illusione virtuale, ma non me ne importa perché il
suo gusto è vero». In breve, egli segue il principio del piacere
secondo cui è preferibile restare nell'illusione, anche se sappiamo che
è solo un'illusione.
Comunque, la scelta di Matrix non è così semplice: che cosa,
esattamente, offre Neo all'umanità alla fine del film? Non un risveglio
diretto nel «deserto del Reale», ma un libero fluttuare nella
moltitudine di universi virtuali: invece di essere semplicemente
schiavi di Matrix, ci si può liberare imparando a piegare le sue regole
- si può cambiare le regole del nostro universo fisico e così imparare
a volare liberamente e violare altre leggi fisiche. In breve, la scelta
non è tra l'amara verità e l'illusione piacevole, ma piuttosto tra i
due modi dell'illusione: il traditore è destinato all'illusione della
nostra «realtà», dominata e manipolata da Matrix, mentre Neo offre
all'umanità l'esperienza dell'universo come campo da gioco in cui
possiamo giocare una moltitudine di giochi, passando liberamente
dall'uno all'altro, trasformando le regole che determinano la nostra
esperienza della realtà
In senso adorniano, bisognerebbe dire che queste incongruenze sono il
momento di verità del film: esse segnalano gli antagonismi della nostra
esperienza sociale tardo-capitalistica, antagonismi concernenti coppie
ontologiche fondamentali come realtà e dolore (realtà come ciò che
disturba il regno del principio di piacere), libertà e sistema (la
libertà è possibile solo all'interno del sistema che impedisce il suo
pieno dispiegamento). Comunque, la forza ultima del film va nondimeno
individuata a un livello diverso. L'impatto eccezionale del film è
dovuto non tanto alla sua tesi centrale (ciò che viviamo come realtà è
una realtà virtuale artificiale generata da «Matrix», mega-computer
collegato direttamente alla mente di tutti noi), ma nella sua immagine
centrale dei milioni di esseri umani che conducono una vita
claustrofobica in una incubatrice piena d'acqua, tenuti in vita per
generare l'energia (l'elettricità) per Matrix. Così quando (alcune
delle) persone «si risvegliano» dalla loro immersione nella realtà
virtuale controllata da Matrix, questo risveglio non è l'apertura nel
grande spazio della realtà esterna, ma prima l'orribile realizzazione
di questa condizione di questa recinzione, dove ciascuno di noi è in
effetti solo un organismo fetale, immerso nel fluido prenatale...
Questa assoluta passività è la fantasia forclusa che sostiene la nostra
esperienza cosciente in quanto soggetti attivi, che si auto-determinano
- è la fantasia ultima e perversa, la nozione per cui noi siamo in ultima analisi strumenti della jouissance
dell'Altro (di Matrix) a cui viene succhiata la nostra sostanza vitale
come fossimo delle batterie. Questo ci porta al vero enigma libidinale:
perché Matrix ha bisogno dell'energia umana? La soluzione
puramente energetica è, naturalmente, insignificante: Matrix avrebbe
potuto facilmente trovare un'altra, più affidabile, fonte di energia
che non richiedesse la soluzione estremamente complessa della realtà
virtuale coordinata per milioni di unità umane. La sola risposta
congrua è: Matrix si nutre della jouissance umana. Così
torniamo nuovamente alla fondamentale tesi lacaniana che l'Altro
stesso, lungi dall'essere una macchina anonima, necessita dell'afflusso
costante di jouissance. In questo risiede la corretta intuizione di Matrix:
nella sua giustapposizione dei due aspetti della perversione - da una
parte, la riduzione della realtà a un dominio virtuale regolato da
norme arbitrarie che possono essere sospese; dall'altra, la verità
nascosta di questa libertà, la riduzione del sogetto a una passività
ridotta completamente a strumento.
Matrix Reloaded propone - o piuttosto, gioca con - una serie di
modi di superare le incongruenze della puntata precedente. Ma nel fare
questo, resta intrappolato nelle sue nuove incongruenze. Il
finale del film è aperto e incerto non solo narrativamente, ma anche in
relazione alla visione dell'universo su cui poggia. Il tono
fondamentale è quello di sospetti e complicazioni ulteriori che rendono
problematica la semplice e chiara ideologia della liberazione da Matrix
che sostiene la prima parte. Il rituale estatico della comunità nella
città sotterranea di Zion non può che ricordare una cerimonia religiosa
fondamentalista. Vengono gettati dei dubbi sulle due figure profetiche
cruciali. Le visioni di Morpheus sono vere, o è un pazzo paranoico che
impone spietatamente le sue allucinazioni? Neo non sa nemmeno se può
fidarsi dell'Oracolo, una donna che prevede il futuro: anche lei sta
manipolando Neo con le sue profezie? È una rappresentante dell'aspetto positivo
di Matrix, in contrasto con l'agente Smith che, nella seconda parte, si
trasforma in un eccesso di Matrix, un virus impazzito che cerca di non
farsi distruggere moltiplicandosi? E che dire delle criptiche
affermazioni dell'Architetto di Matrix, colui che ha scritto il suo
software, il suo Dio? Egli informa Neo che in effetti sta vivendo nella
sesta versione aggiornata di Matrix: in ciasuna di esse è sorto un
salvatore, ma il suo tentativo di liberare l'umanità si è risolto in
una catastrofe di enormi proporzioni. Allora la ribellione di Neo,
lungi dall'essere un evento unico, è solo parte di un ciclo più grande
di turbamento e riparazione dell'Ordine? Verso la fine di Matrix Reloaded,
ogni cosa viene così messa in dubbio: la domanda non è solo se
eventuali rivoluzioni contro Matrix possano compiere ciò che esse
propugnano o se debbano finire in un'orgia di distruzione, ma piuttosto
se esse non siano messe in conto, se non addirittura pianificate, da
Matrix. Allora, anche coloro che sono liberati da Matrix sono in realtà
liberi di fare una scelta? La soluzione è rischiare comunque la
ribellione aperta, rassegnarsi ai giochi locali di «resistenza»,
restando all'interno di Matrix, o magari a cimentarsi in una
collaborazione inter-classista con le forze «positive» in Matrix? È qui
che finisce Matrix Reloaded: in una mancata «mappatura
cognitiva» che rispecchia perfettamente la triste condizione della
Sinistra odierna e la sua lotta contro il Sistema.
Una piega ulteriore è fornita proprio alla fine del film quando Neo,
alzando semplicemente la mano, ferma magicamente le perfide macchine
simili a calamari che attaccano gli umani. Come ha potuto fare questo
nel «deserto del reale», non
in Matrix dove, naturalmente, egli può fare meraviglie, congelare il
corso del tempo, sconfiggere le leggi di gravità ecc.? Questa
incongruenza inspiegata rimanda alla soluzione che «tutto ciò che
esiste è generato da Matrix», che non c'è una realtà ultima?
Sebbene tale tentazione «postmoderna» - trovare una facile scappatoia
dalle confusioni proclamando che tutto ciò che esiste è la serie
infinita di realtà virtuali che si rispecchiano l'una nell'altra - sia
da rigettare, c'è una intuizione corretta in questo complicarsi della
divisione pura e semplice tra la «realtà reale» e l'universo generato
da Matrix: anche se la battaglia si svolge nella «realtà reale», lo
scontro cruciale deve essere vinto in Matrix. Questo è il motivo per
cui bisogna (ri)entrare nel suo universo fittizio virtuale. Se lo
scontro fosse avvenuto solo nel «deserto del reale», avremmo avuto
l'ennesima noiosa distopia sulle rovine della lotta dell'umanità contro
le macchine cattive.
Per dirla nei termini della cara vecchia opposizione marxista
struttura/sovrastruttura: bisognerebbe tenere conto della irriducibile
dualità, da una parte, dei processi materiali socio-economici
«oggettivi» che avvengono nella realtà oltre che, dall'altra parte, del
processo politico-ideologico vero e proprio. E se il dominio della
politica fosse intrinsecamente «sterile», un teatro delle ombre, ma
nondimeno cruciale nella trasformazione della realtà? Così, anche se
l'economia è la vera sede e la politica è un teatro delle ombre, la
battaglia principale va combattuta nella politica e nell'ideologia. Si
consideri la disintegrazione del potere comunista alla fine degli anni
`80: anche se l'evento principale è stato l'effettiva perdita del
potere statale da parte dei comunisti, la frattura cruciale è avvenuta
a un diverso livello: in quei magici momenti in qui, sebbene
formalmente i comunisti fossero ancora al potere, la gente
all'improvviso non ha più avuto paura e non ha più preso seriamente la
minaccia; così, anche se delle battaglie «reali» con la polizia
continuavano, tutti in qualche modo sapevano che «il gioco» era
«finito»... Il titolo Matrix Reloaded
è così alquanto appropriato: se la prima parte era dominata dalla
spinta a uscire da Matrix, a liberarsi dalla sua presa, la seconda
parte chiarisce che la battaglia deve essere vinta all'interno di Matrix, che bisogna tornare ad essa.
In Matrix Reloaded,
i fratelli Wachowski hanno coscientemente sollevato queste questioni,
mettendoci davanti a tutte le complicazioni e alle confusioni del
processo di liberazione. Così facendo si sono messi in una situazione
difficile: ora hanno davanti a sé un compito quasi impossibile. Per
riuscire, la futura terza parte, The Matrix Revolutions, dovrà
produrre niente meno che la risposta appropriata ai dilemmi della
politica rivoluzionaria oggi, un modello per l'atto politico che la
Sinistra sta disperatamente cercando.
(Traduzione Marina Impallomeni)